Il piano segreto di Benessia

Prove tecniche di ridimensionamento in Intesa per la Compagnia Sanpaolo. Sarebbe questo, secondo rumors torinesi raccolti dal Foglio, il contenuto di uno dei dossier in evidenza sulla scrivania di Angelo Benessia, presidente della Compagnia di Sanpaolo, fondazione che con il 9,88 per cento è il principale azionista della banca. Un dossier riservato che tuttavia già circola presso l’istituto di Ca’ de Sass, i cui vertici sembra abbiano già in agenda per il prossimo 21 ottobre un incontro con Benessia proprio sul tema. di Michele Arnese e Sabina Prestipino
7 AGO 20
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Prove tecniche di ridimensionamento in Intesa per la Compagnia Sanpaolo. Sarebbe questo, secondo rumors torinesi raccolti dal Foglio, il contenuto di uno dei dossier in evidenza sulla scrivania di Angelo Benessia, presidente della Compagnia di Sanpaolo, fondazione che con il 9,88 per cento è il principale azionista della banca. Un dossier riservato che tuttavia già circola presso l’istituto di Ca’ de Sass, i cui vertici sembra abbiano già in agenda per il prossimo 21 ottobre un incontro con Benessia proprio sul tema.
Sui motivi dell’operazione finanziaria regna il massimo riserbo. Stando alla ricostruzione di alcuni personaggi vicini alla fondazione, una società inglese, specializzata in progetti di consulenza strategica, nei giorni scorsi ha presentato ai vertici della Compagnia uno studio da cui emerge la necessità di un bilanciamento del portafoglio della fondazione, al fine di limitare i rischi legati a una congiuntura sfavorevole dei mercati azionari. E a tale proposito gli esperti inglesi suggerirebbero di sbarazzarsi di circa il 2 per cento delle azioni di Intesa Sanpaolo, cioè di quella quota acquistata nel 2009 a fronte dell’esercizio della opzione di vendita di Barclays, operazione che suscitò le perplessità degli analisti per il prezzo d’acquisto pagato. Ma sulle percentuali su cui si sta orientando la Compagnia le congetture sono diverse. C’è anche chi sostiene che parlare di numeri sia ancora prematuro. Del resto, non più tardi del 27 settembre scorso, dopo un incontro torinese con Corrado Passera e Andrea Beltratti, consigliere delegato e presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Benessia aveva detto ai giornalisti: “Siamo investitori sovra istituzionali, guardiamo al medio-lungo periodo”.

Il numero uno della Compagnia di Sanpaolo in quell’occasione si proclamava soddisfatto dei risultati della banca e si diceva convinto che le polemiche sul presunto squilibrio tra Torino e Milano fossero ormai materiale d'archivio. Un incontro, quello di settembre, che in qualche modo sancì l’armistizio tra le parti dopo la telenovela “Salza sì, Salza no” e il problematico ricambio ai vertici di Ca’ de Sass. I burrascosi scambi a distanza dalle colonne dei giornali tra il sindaco di Torino Sergio Chiamparino e il numero uno di Corso Vittorio Emanuele della scorsa primavera sembravano ormai lontani anni luce. E Benessia, da parte sua, uscito indenne dal fuoco amico dei suoi consiglieri, che in primavera ne reclamavano le dimissioni, o quanto meno delle verifiche sul suo operato, dopo il siluramento di Enrico Salza, sembrava essere ben intenzionato a portare a termine il suo mandato senza colpi di testa e concentrandosi sulle erogazioni al territorio, vero core business delle fondazioni bancarie. E invece, rinsaldatosi al timone di Corso Vittorio Emanuele, il numero uno della Compagnia, soprannominato dai maligni “il Medusa” per il caratteraccio “urticante”, riparte per mettere ordine alle partecipazioni azionarie della Compagnia e per alleggerirsi nella banca di riferimento.

In ambienti vicini alla fondazione c’è chi legge la mossa di Benessia come l’ultimo colpo di coda di un presidente a fine carriera, prima della vera resa dei conti, che alcuni consiglieri dicono sia stata solo rimandata. C’è chi invece parla di una mossa concordata con Intesa Sanpaolo. Questi movimenti comunque, secondo gli analisti, rientrano nella prospettiva di un ridimensionamento del peso eccessivo delle fondazioni nelle singole banche per diversi motivi, a partire dalla necessità per le stesse fondazioni di diversificare il portafoglio, oltre alla prevista impossibilità di partecipare alle ricapitalizzazioni imposte dai requisiti di Basilea III.
di Michele Arnese e Sabina Prestipino